Il progetto terapeutico

La dimensione terapeutica, come da convenzione, è interamente affidata al centro di volontariato SAT. Le attività e gli obiettivi, descritti dettagliatamente nel paragrafo precedente, si possono sintetizzare nel lavoro che si compie con le persone per ricostruire la capacità di gestire e programmare la propria vita, capacità che le droghe hanno portato via.

La nostra filosofia di lavoro parte dal concetto che il connubio volontariato a vocazione pubblica /privato-sociale che è stato pensato e realizzato, sia in una prospettiva di superamento del rischio di un’alternativa tra tali due ambiti, situazione quest’ultima che spesso caratterizza il settore dell’assistenza nell’ambito delle dipendenze patologiche con conseguenze a volte dubbie, sia come possibilità di realizzazione di interventi a partire dalle garanzie e dall’agilità offerte dal primo alla presenza del secondo. Un ulteriore obiettivo riguarda la sperimentazione e l’attuazione di nuove possibilità terapeutiche introdotte dal centro di volontariato fin dai primissimi anni ottanta, grazie alle garanzie offerte dal costante controllo pubblico e secondo una ottica di superamento del puro approccio medico/psichiatrico/psicologico da un lato e di quello di auto-aiuto, tipico di alcune esperienze comunitarie, dall’altro.

Alla base di tali nuove possibilità terapeutiche, vi sono state alcune scelte operate in un’ottica di operatività quali la personalizzazione degli iter terapeutici, la non estrazione dal contesto sociale degli utenti, il rifiuto della unidimensionalità degli interventi (solo sanitari o solo comunitari) che derivavano da una serie di considerazioni legate ad un affinamento teorico mai disgiunto dal livello pratico dell’intervento quali quelle riguardanti il fatto che:

  • la dipendenza patologica fosse, in parte, un problema sociale dovuto alla dimensione comunicazionale (neologismo che indica l’unione tra “comunicazione” e “relazionale”);
  • in quanto tale fosse legata al tipo e alla qualità della socializzazione avuta dal singolo;
  • la co-presenza all’interno della stessa famiglia di fratelli che avessero provato tale esperienza e di altri che non l’avessero provata permettesse di escludere una eziologia esclusivamente biologica della dipendenza patologica;
  • la relativa novità del fenomeno tossicodipendenza permettesse di ipotizzare la dipendenza patologica come una sindrome ad origine sociale;
  • le situazioni familiari e sociali potessero essere i punti di riferimento per comprendere le disparità di comportamento tra persone di fronte alla sostanze: sarebbero tali situazioni a rendere alcuni individui più fragili o più forti di fronte ai fenomeni legati alle dipendenze patologiche;
  • nei singoli vi siano tutte le potenzialità necessarie affinché essi si possano porre verso le dipendenze in una ottica di riconquista della gestione di sé, da raggiungere attraverso una riappropriazione della dimensione cognitiva e della dimensione affettiva, riguardante se stessi ed il proprio ambiente relazionale;
  • l’iter terapeutico debba coincidere con una dimensione riaddestrativa che cerchi di partire da quanto di positivo il singolo abbia costruito nel proprio passato per arrivare ad una modifica, attraverso un serrato confronto cognitivo con il terapeuta, di ciò che lo abbia reso incapace di raggiungere una propria completezza formativa libera da ogni dipendenza patologica;
  • nell’ottica di cui al punto precedente diverrebbe basilare la ricostruzione dell’identità del singolo come base dell’uscita dallo stato di disagio.